19 media europei, da 13 Paesi diversi, verificano per voi la campagna elettorale in vista delle elezioni europee di maggio 2019

Un fatto da verificare?

Il Parlamento è europeo, le leggi elettorali no

Elezioni
Fact-check

La Voce.info, Italia

24 maggio 2019, Aggiornato il: 24 maggio 2019

Il Parlamento è europeo, le leggi elettorali noCC-BY 2.0. Guilhem Vellut/Flickr

Il 26 maggio si terranno le elezioni per il Parlamento europeo, con regole diverse da paese a paese. Rispetto per le identità e tradizioni nazionali o discriminazione tra cittadini? In ogni caso, una scelta che non garantisce uguali diritti politici.

PAOLO BALDUZZI e SILVIA PICALARGA

Poche regole comuni e tante differenze

Cosa penseremmo se per le elezioni del Parlamento italiano ognuna delle venti regioni fosse libera di scegliersi la propria legge elettorale, seppure rispettando alcuni vaghi criteri comuni? Probabilmente, l’ultima cosa che ci verrebbe in mente è che si tratta di una scelta rispettosa delle singole identità regionali; al contrario, penseremmo a un sistema caotico e forse perfino ingiusto. Ebbene, questa è proprio la situazione in cui si ritrovano i cittadini europei dal 1979, visto che, nonostante gli auspici del Trattato di Maastricht del 1992 per una legge elettorale europea, la scelta nel 1997 (Amsterdam) fu quella di limitarsi solamente a qualche, peraltro vago, elemento di uniformità. Già allora il Consiglio, che avrebbe dovuto votare all’unanimità la proposta del Parlamento, non riuscì a trovare un accordo. E da lì in poi nulla è sostanzialmente cambiato. I principi comuni (solo tre, all’interno degli infiniti cavilli delle leggi elettorali) riguardano, secondo i trattati e le direttive seguenti, il diritto di voto e di eleggibilità, che è esercitabile anche in stati membri di cui non si è cittadini ma solo residenti; l’incompatibilità tra la carica di parlamentare europeo e altre incarichi, tra cui – ma l’elenco è molto lungo – quelle di membro del governo di uno stato, membro della Commissione, giudice, avvocato generale o cancelliere della Corte di giustizia, membro della Corte dei conti e parlamentare nazionale; il richiamo a criteri di proporzionalità per il riparto dei seggi tra le liste partecipanti alla competizione elettorale.

Molto più numerosi sono gli elementi di differenza. Innanzitutto, le soglie di elettorato attivo e passivo: solo Italia e Grecia hanno scelto la soglia dei 25 anni come età minima per essere candidati. Ben sette anni in più della maggiore età (18 anni), soglia in vigore invece nella maggioranza degli stati (insieme a quelle di 21 e 23 anni). Sarà un caso che siano proprio Italia e Grecia, con i loro trend demografici preoccupanti, a chiudere le porte ai più giovani?

Davvero poi non si capisce perché la stessa Unione europea si preoccupi tanto di richiamare alla parità di trattamento su numerosi aspetti della vita economica (si pensi, giustamente, a quella tra uomini e donne), ma non si sia mai occupata di stabilire regole uniformi per i diritti politici dei suoi cittadini più giovani. Peraltro, grazie alle clausole di reciprocità, un cittadino italiano di 23 anni residente in Francia non sarebbe candidabile in una lista italiana, ma lo sarebbe in una lista francese: davvero un paradosso.

In secondo luogo, le formule elettorali, che sono improntate ovunque a un criterio di proporzionalità, sono declinate per vari aspetti secondo le singole scelte nazionali. Nella maggior parte degli stati, tra cui l’Italia, è possibile esprimere almeno una preferenza. Nel caso italiano, le preferenze possibili sono al massimo tre, con obbligo di votare candidati di genere diverso quando si esprimano preferenze plurime. In nove stati membri (tra cui Germania, Spagna, Francia e Regno Unito), le liste sono invece chiuse (non si possono esprimere preferenze). In Lussemburgo è possibile il voto disgiunto (vale a dire votare per candidati appartenenti a liste concorrenti), in Svezia si possono aggiungere nomi alla lista oppure rimuoverli; a Malta, in Irlanda e in Irlanda del Nord è in vigore il cosiddetto voto singolo trasferibile, per cui l’elettore ordina i candidati della lista per preferenza. Tredici stati, tra cui la Germania e il Regno Unito, non prevedono una soglia di sbarramento, che invece ha valore massimo (5 per cento) in nove paesi, tra cui la Francia (in alcune circoscrizioni). In Italia vige dal 2009 una soglia del 4 per cento.

Dalle elezioni del 2024, però, tutti gli stati dovranno adeguarsi a una nuova normativa (del 2018) che prevede, per le elezioni europee, una soglia minima obbligatoria compresa tra il 2 e il 5 per cento per le circoscrizioni con più di 35 seggi. Per esempio, la Germania, stato composto da un’unica circoscrizione elettorale, dovrà introdurne una soglia minima del 2 per cento.

In quattro stati membri (Belgio, Lussemburgo, Cipro e Grecia), votare è formalmente obbligatorio (almeno in teoria, l’astenuto dovrebbe ricevere una multa); in Italia, benché l’articolo 48 della Costituzione reciti che l’esercizio del voto è un dovere civico, le conseguenze dell’astensione sono nulle.

Neanche sul giorno delle elezioni si è riusciti a stabilire un’unica data: la maggioranza degli stati voterà domenica 26 maggio, ma in alcuni paesi le elezioni si terranno già a partire da giovedì 23 maggio (o anche prima, qualora siano previste modalità di voto anticipato, ad esempio per posta).

Discriminazioni fra elettori europei

Non è un segreto che le elezioni europee siano poco sentite dagli elettori. Nel 2014, il tasso di partecipazione in Italia è stato di poco superiore al 57 per cento, in ulteriore diminuzione rispetto alle elezioni precedenti (per le politiche del 2018 è stato invece del 73 per cento). La campagna elettorale, da parte di alcuni partiti politici, sembra più incentrata su tematiche nazionali che europee, segno che alla politica interessano di più le dinamiche elettorali interne che l’ambizione di partecipare attivamente allo sviluppo delle istituzioni europee. La possibilità di selezionare politici più o meno capaci e quella di garantire parità di trattamento a tutti gli elettori, infine, è seriamente compromessa dall’incapacità stessa dell’Unione (in particolare, del Consiglio) di adottare regole comuni, lasciando magari spazio a piccoli correttivi su base nazionale. Forse uno dei tanti impegni che l’Europa dovrebbe prendersi nei confronti dei cittadini è proprio questo. Ma anche senza una iniziativa comune europea, l’Italia dovrebbe autonomamente riformare la sua legge elettorale (legge 18 del 1979), la più antica vigente, almeno per quanto riguarda l’età per candidarsi, se non vuole condannarsi a una totale assenza di giovani tra i suoi rappresentanti.

Un fatto da verificare?